A Simple Life

Regia: Ann Hui

Cina/Hong Kong 2011

Cogliere la natura del tempo rappresenta, tra le altre, una peculiarità del cinema. Attraverso l’ineludibile meccanismo di progressivo e cumulativo accostamento di immagini è possibile offrire una forma imp(ecc)(lac)abile all’idea cardinale del passaggio, del cambiamento, dell’alterazione come forza promotrice e istigatrice dell’incidere temporale. Il cosiddetto “tempo di una vita” possiede, come concetto, quell’immediatezza per giungere, di getto, alla complessità di un racconto fuggevole e incompiuto, soggetto alla transitorietà delle possibilità e all’incertezza di un continuo scambio tra immaginario e reale. 

E’ proprio quanto accade in A simple life dove viene onorata con una preziosissima e introvabile grazia, la vita di Ah Tao, nata a Taishan, in Cina, e realmente esistita. La vita di una “amah”, una serva, che appena adolescente entra a far parte della famiglia Leung e per sessant’anni, con la stessa encomiabile e affettuosa dedizione, se ne prende cura, seguendo ogni faccenda domestica e vedendo crescere e poi sparire quattro generazioni dei suoi membri. Nel film Ah Tao è ora al servizio di Roger, l’unico della famiglia rimasto a Hong Kong, dove lavora come produttore cinematografico. Tra loro esiste una tacita e consolidata complicità: basta un semplice gesto, o un accenno nascosto sotto l’apparente freddezza, per veicolare un palpabile affetto e tutta la riconoscenza che potrebbe avere un figlio verso la madre. Così quando l’anziana domestica è costretta da un infarto a farsi ricoverare in ospedale e abbandonare definitivamente la sua casa, Roger comprende fino in fondo l’importanza del legame lo unisce a Ah Tao. 

Lo sguardo della regista Ann Hui - nata nel 1947 ad Anshan in Cina e, come la sua  protagonista, poi trasferita durante l’infanzia a Hong Kong -  è quanto di più vicino a un osservatore pudico, sensibile e delicato: gran parte del film si svolge all’interno di una casa di riposo, con veri ricoverati, in modo da ribadire l’approccio documentaristico ed esaltare il senso di verità prodotto dalle immagini. Per tutto il film la sensazione è proprio di assistere ad un turbamento della riconoscibilità della messa in scena, a un declassamento della finzione in favore di una candida autorevolezza dell’umanità che unisce gli individui, e di una commovente e gentile partecipazione emotiva, lontana da ingerenze retoriche o patetiche da melodramma. 

La centralità dell’uomo e dei sentimenti conferiscono al film della Hui un’aura innovatrice e autentica: i personaggi acquisiscono una corporeità fisica naturalistica, divenendo persone, e spogliandosi dei panni del divo. Così le indimenticabili interpretazioni di Deannie Yip (meritata Coppa Volpi per la migliore interpretazione a Venezia 68) e di Andy Lau diventano un atto, in un certo senso, dovuto rispetto allo statuto del loro personaggio. E la compagnia di amici e colleghi di Roger, con nomi del calibro di Tsui Hark, Anthony Wong, Chapman To, Sammo Hung che giocano a fare se stessi, non fanno altro che ribadire il profondo e tenero rispetto nei confronti della vecchia governante. Una donna costretta a cambiare vita, famiglia, abitudini e obbligata a pensare a se stessa e a farsi accudire e, perché no, viziare, per una volta, dopo un’esistenza dedicata ad occuparsi degli altri.

Il pathos va di pari passo all’umorismo, e lo stile limpido e rigoroso dell’autrice procede senza sbavature dall’inizio alla fine: anche i personaggi di contorno contribuiscono di volta in volta ad un affresco umano di rara intensità, come il vecchietto che vuole farsi prestare dei soldi per un incontro di piacere con una donna.

Dalla protagonista della New wave di Hong Hong non poteva inoltre mancare una sottesa riflessione proprio sulla sua città di Hong Kong, della deriva frenetica e confusa intrapresa dai suoi abitanti, e del rapporto dell’isola col Continente. Ancora una volta mutamenti emblematici del trasformarsi del tempo. 

Un tempo che si dipana nella sua essenza inafferrabile ed eterna: senza l’ausilio di meccanismi costrittivi propri di una narrazione complessa e frammentata, A simple life  racconta in maniera lieve e lineare, la necessità di dare una forma compiuta e preziosa a ciò che non cambierà e non passerà mai. 

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 © 2019 by Alessandro Tognolo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico