Ku Qian (Bitter Money)

Regia: Wang Bing

Hong Kong/Francia 2016

Documentare la realtà, filmare la realtà, riportarla, descriverla, fissarla, esprimere i fatti per ciò che sono, è un espediente che conferisce autorità e senso immediato a qualunque operazione che si prefissi tale scopo. Ma è evidente - e il cinema ancora una volta è il mezzo prediletto per amplificarne la portata concettuale e rappresentativa - che l’esito ribadisca quanto non basti affatto l’appoggio del reale per rendere una storia, o meglio, uno sguardo, stimolante e significante, e lo scarto tra gli occhi di chi guarda crei un abisso che vede da un lato un vano tentativo di mettersi in mostra con una futile ricerca di ordinarie storielle, e dall’altro il peso oneroso dell’esplorazione, della fervente curiosità, della riflessione critica, personale e distaccata.

Da questa parte del guado risaltano nomi come Joshua Oppenheimer, Werner Herzog, Frederick Wiseman, Errol Morris, Pietro Marcello e non ultimo Wang Bing.  Il nome di Bing è da anni una certezza di intenti e una nitidezza di sguardo: da sempre rivolto verso un mondo appannato e invisibile, oppresso e martoriato senza cadere vittima di un becero pietismo spirituale o di qualsivoglia empito religioso. La presenza di un film di Wang Bing in un festival, o rassegna, o museo (memorabile la retrospettiva a lui dedicata organizzata dal Centre Pompidou di Parigi, o la presenza dei suoi video al Moma) permette il proseguimento di un discorso sul presente della Cina, lungo linee transitorie di mutamento e devastazione interiore che riflettono l’andamento decadente e dissacrante di un’intera nazione fondata su non si sa bene quali valori. 

Ku Qian (Bitter money) segue tre giovani che lasciano la loro città natale nello Yunnan per andare a lavorare per la prima volta in una delle città più frenetiche della costa orientale cinese, dove c’è il più alto numero di lavoratori part-time. La macchina da presa segue ogni personaggio da vicino, catturando le vere emozioni del loro lavoro quotidiano e le loro delusioni quando riscuotono la paga. Il denaro non è mai stato così importante nella società cinese. Oggi tutti vogliono avere soldi. Invece, in realtà, tutti sognano a occhi aperti. 

Difatti l’occhio della macchina da presa del regista è un accompagnatore seriale di incubi: li accoglie, li accarezza, li scruta, li pedina, senza essere invasivo ma non per questo necessitando di nascondersi. “A volte vedi dei palazzi che dal di fuori sono puliti e belli, poi ci vai dentro ed è una toilette. Mi piace solo riprendere la vita delle persone esattamente come è, non voglio cambiare niente. Non voglio riprendere cose che sono belle solo dall’esterno”. 

I soldi amari del titolo sono il filo che lega le vite riflusse che riempiono le fabbriche di sfruttamento della Cina di oggi. Migranti che svuotano le campagne verso città irrespirabili che inghiottono i sogni contraffati per una vita consumistica che si spera migliore e altro non è che un effimero tentativo e un passo ulteriore verso la disperazione. I personaggi trovano solo piccole opportunità e scarse condizioni di vita che spingono tutti, anche le coppie, verso rapporti violenti e oppressivi.  

Wang Bing non punta a impressionare, a far fumare l’animo dello spettatore per l’indignazione o colpirlo per con una narrazione concitata e immagini dalle geometrie impeccabili e i colori ritoccati; gran parte del suo lavoro è proprio quella di non inseguire la dimostrazione di una tesi ma far esplodere il sentimento trattenuto delle persone che sceglie di seguire. E la misura in cui questa scelta influisca sul senso del gesto filmico è essenziale: le immagini scorrono in balia del caso e delle conseguenze che l’aspettativa e l’amarezza portano con sé e i protagonisti per Bing sono i simboli di questi effetti, con le loro incongruenze, i loro spigoli, le loro volontà e le loro richieste esplicite verso l’occhio indagatore. Tutto scorre nella normalità della vita di ogni giorno. Questo forse può apparire a molti monotono, ma per fortuna, ancora una volta, ci sarà Wang Bing a ricordarci che in quel grigiore scorre una linfa degna di rispetto.

Commenti

Invia recensionePessimoNon granchéBuonoMolto buonoFantasticoInvia recensione

 © 2019 by Alessandro Tognolo.

  • Grey Facebook Icon
  • Grey Instagram Icon
  • Grey Twitter Icon
Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico