Fangzhu-Exiled

Regia: Johnnie To

Hong Kong 2006

La presenza di Exiled, l’ultimo film di Johnnie To, in concorso alla Mostra è la consacrazione, anche in Italia, di un grande autore. Forse un po’ tardiva (To è attivo fin dagli anni ’80) ma di certo inderogabile e perentoria. Specialista in polizieschi nella sua Hong Kong, nel corso degli ultimi anni ha sviluppato una serie di progetti meno commerciali che l’hanno portato ad un apprezzamento e riconoscimento anche in Occidente.

Exiled è un film corposo che scorre via leggero, divertente, romantico, nostalgico, preciso, imprevedibile. Protagonisti un gruppo di amici, stanchi e disillusi killer, errabondi a Macao, 1998, anno di transizione della colonia portoghese al governo cinese. Esiliati, appunto, dalla vicina Hong Kong, pronti ad aiutare l’amico con moglie e figlio appena nato. Il set della città che sta cambiando, e il malessere che ne consegue, non sono casuali in questa storia, che si complica all’arrivo di due ex-compagni killer mandati a prelevare il rinnegato deciso a cambiare vita.

 

Tutto è costruito con sapienza: l’inquadratura e le angolazioni, mai banali e geometricamente perfette e coerenti con lo spazio e l’architettura circostanti; le posizioni degli attori e l’intreccio degli sguardi che ne scaturiscono, tesi a formare traiettorie riflettenti, accerchianti, claustrofobiche o di fuga; la necessità e il dovere della scelta (nodo fondante su cui ruota tutto il film), vengono sdrammatizzati nella loro totale e contingente fatalità. Perché c’è un destino epico nel vagare e nei valori dei nostri eroi moderni e metropolitani, per le vie di una Macao che si fa terra di confini e speranze, che ci conduce direttamente ad atmosfere così lontane e contrapposte come quelle del western. A tutti gli effetti Johnnie To mette in scena l’apologia di un genere, ricreandone e sintetizzandone i contenuti e i significanti in chiave – apparentemente, certo – moderna, ma con quella nostalgia per qualcosa che se n’è andato irrimediabilmente. L’amicizia virile, e prima ancora l’amicizia come valore portante tra gli uomini: il conflitto nasce proprio dalla rottura di un ordine prestabilito (eseguire gli ordini o seguire il cuore?) e porterà ad una risoluzione attraverso un percorse dolente scardinato e scandito da tappe memorabili.

Tappe che si abbattono con scariche improvvise di caricatori che tanto ricordano il cinema di Sam Peckinpah, ma anche Sergio Leone, Samuel Fuller, senza però virtuosismi inutili o ricalcando una maniera. Memorabile lo scontro tra le due gang dentro un appartamento adibito a sala operatoria clandestina, proprio durante un intervento, tutto teso su un imminente e probabile scoppio di violenza; l’assalto al furgone portavalori carico d’oro (elemento tematico non casuale…); l’elegiaca sfida finale, odierno Mucchio Selvaggio; il ricordo rievocato dalle fotografie. “Lo stato di esilio deve essere un allontanamento volontario, alla ricerca di un ideale più alto. Questo è probabilmente un sentimento romantico che si scontra con il cinico mondo d’oggi, eppure è ciò che ci rende umani”. Ed è questa forte umanità l’elemento che caratterizza più di tutti il film di Johnnie To. 

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 © 2019 by Alessandro Tognolo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico