O Fatalista

Regia: João Bothelo

Portogallo/Francia 2005

Di fronte a O Fatalista e ad un autore come Joao Botelho una premessa è opportuna, in quanto adattare un’opera letteraria per il cinema risulta da sempre un’operazione controversa. Le possibilità sono pressoché infinite ma è luogo comune ritenere la trasposizione per lo schermo una perdita nei confronti del testo letterario. Affinché non si proceda con l’intento critico di svalutare metodicamente l’elaborazione filmica, è essenziale, come condizione primaria, ritenere il libro e il film come due opere artistiche distinte, meritevoli della medesima considerazione, ed analizzabili specificatamente attraverso criteri autonomi. Perciò non è ben chiaro esattamente su cosa si basino i confronti, e i giudizi affrettati, da parte del pubblico, tra opere letterarie e opere cinematografiche, poiché, per forza di cose, l’opera cinematografica risulterà come una riduzione del testo letterario, ma non per questo come conseguenza l’esito sarà meno complesso o ricco di significati, dato che le immagini, oltre a raccontare, offrono innumerevoli altre possibilità d’osservazione. 

Joao Botelho è da sempre abituato a trarre i soggetti per i suoi lungometraggi da opere letterarie o teatrali. O Fatalista è infatti la trasposizione fedele del testo del filosofo illuminista Denis Diderot Jacques le fataliste, opera alla quale già Robert Bresson aveva attinto per il suo Perfidia (Les dames du bois de Boulogne, 1944) e definito dallo stesso “possente e magnifico, chiuso e sfuggente”. Il risultato ottenuto da Botelho è senz’altro curioso e sorprendentemente efficace. Cercando di manomettere il meno possibile il testo originale, l’autore portoghese ci permette di seguire il viaggio dell’estroso autista Tiago e del suo padrone attraverso i meandri di un indefinito e surreale territorio lusitano, pretesto per la narrazione delle imprese amorose, deliranti e grottesche, del servo Tiago. I due protagonisti instaurano una dialettica che mette in mostra il discorso filosofico e procede beffardo e poderoso a scardinare – e in questo non sembra prodursi davvero nessuno scarto tra il presente e il 1771 di Diderot – i valori di una società brutale, ancorata a rigide classi di appartenenza tese ad operare la propria supremazia sulle altre.

È un viaggio senza una meta definita, quello intrapreso dall’autista e dal suo padrone. Un viaggio che è sviluppo dell’eloquio dei due personaggi, vittima di quel fato o di quel destino sotteso ad ogni nostro gesto, decisione, pensiero. Come dice più volte Tiago, infatti, “tutto il bene o il male che accade quaggiù, è scritto lassù”, e attraverso questa semplice formula viene mostrata una concezione della vita arguta, brillante, vivace, lampante perfettamente esemplificata, in concreto, dal servo. 

O Fatalista è un film di parole, dove non si smette mai di parlare e che fa in modo che ci si parli, ma allo stesso tempo è un film che vive sui propri importantissimi momenti di pausa, di respiro e di riflessione. Ne esce un Portogallo allucinato, attraverso degli scorci di spazi, delle angolazioni di interni, delle luci radiose e artificiose, che non sono rappresentazione di nessuna realtà, ma caricatura sospesa di un malessere soffuso e asperità delle nostre idee e dei nostri sogni. “Il Fatalista è teologia senza alcun dio e filosofia senza alcuna verità”, dice a proposito l’amico scrittore del regista, Cabral Martins, e infatti non c’è nessun intento pedagogico nell’ironia sottesa alle parole, siano esse del servo o del padrone. I due personaggi si confondono, perdono le loro rigide caratteristiche sociali per divenire semplicemente due esseri umani meritevoli della medesima dignità. Alla fine rimane un’estrema e cinica consapevolezza del materiale trattato da Botelho, e la voglia di raccontare, discutendo, ponendo dei quesiti e lasciandoli appesi a qualche convinzione o irrisolti o a ognuno di noi la possibilità di avvalorarli, in un viaggio idealmente infinito.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico