L'homme du train

Regia: Patrice Leconte

Francia 2002

È un respiro mesto e malinconico e assieme leggero ed epurato quello che ci propone Patrice Leconte nel suo L'homme du train. Un canovaccio solido, semplice, quasi essenziale: un luogo, la provincia francese, due personaggi soli, due esistenze agli antipodi che si incontrano per caso (o chissà, grazie ad una fiabesca coincidenza...) in una farmacia e scoprono reciprocamente le loro vite, attraverso i loro sentimenti e i loro sogni: Milan e Manesquier, l’uno taciturno e misterioso arrivato per rapinare una piccola banca locale, l’altro logorroico e divertente, professore in pensione amante della poesia.

Ed è proprio grazie all’afflato poetico, che Leconte sembra aver bene assimilato, che la struttura del film pare sospesa a mezz’aria, tra la realtà più tangibile fatta di luoghi, personaggi e situazioni a noi così comuni (riconducibili direttamente al pantofolaio Manesquier e al suo impulso di rinnovamento) e il presentimento onirico che porta con sé l’arrivo di Milan. Composto, levigato, accorto: così si presenta agli occhi dello spettatore il lavoro svolto dal regista sull’immagine attraverso movimenti di macchina accorti e meditati e l’alternanza dei toni: freddi quelli dell’esterno, caldi negli interni (fotografia di Jean-Marie Breujon)  quasi a riprendere la dicotomia psicologica dei due personaggi. Jean Rochefort (certo più meritevole della coppa Volpi del nostro Accorsi) interpreta il suo Manesquier sentitamente, quasi giganteggia  con naturalezza districandosi tra gag e pathos. Johnny Hallyday  (ancora una star musicale in Francia) adatta il suo sguardo da macho ad un Milan in fondo tenero e non privo di illusioni. Scopriranno entrambi di desiderare uno la vita dell’altro. E nella scena conclusiva le figure dei due uomini prima si sovrappongono, poi si distaccano per seguire ognuna la propria (nuova, differente?) strada.

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 © 2019 by Alessandro Tognolo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico