Last Life in the Universe

Regia: Pen-ek Ratanaruang

Thailandia 2003

Last Life in the Universe è l’ultimo lavoro (il quarto nella carriera) di Pen-ek Ratanaruang, regista thailandese non molto noto anche se recentemente è stato distribuito in Italia il suo Mon-Rak transistor. E’ davvero un’opera interessante quella di Ratanaruang, anche se non un capolavoro, certamente un film non privo di fascino estetico e di un punto di vista intrigante sul delicato rapporto uomo-donna, vita-morte.

 

Kenji (interpretato dal divo nipponico Asano Tadanobu), è un bibliotecario ossessionato dalla pulizia e dal suicidio; Noi, è una giovane prostituta che vede morire davanti gli occhi la sorella, di cui Kenji era innamorato. In circostanze luttuose i due si incontrano, come se il destino volesse congiungere due solitudini senza speranza, due caratteri e due vite agli antipodi, spaesati come gli unici e gli ultimi abitanti dell’universo. Ma in tutto questo non manca l’aspetto umoristico derivato dalla tradizione del cinema giapponese (Kitano insegna…), e i gangster della yakuza in cui si imbatte il protagonista per l’accidentale uccisione di uno di loro, ne è il pretesto. 

La narrazione non sembra filare liscia, si percepiscono delle lacune che disperdono i significati, ma il regista è molto convincente nella scelta dei luoghi e nella direzione dello sguardo così com’ è chiara la tendenza a virare verso il melodramma. Considerazioni sommarie probabilmente, visto che a posteriori il film parrebbe esserne arricchito dai difetti che puntigliosamente si possono ricavare. Questo perché è capace di trasmettere dei sentimenti, i medesimi che di volta in volta scorrono nei corpi dei due protagonisti. Sentimenti che mutano di continuo, che si sfiorano tra di loro, si amalgamano, si condensano.

Ed è una meraviglia per gli occhi la maestria compiuta sulle luci da Christopher Doyle, già preferito collaboratore non a caso di Wong Kar-Wai, che da sola ci abbaglia, parla e si fa ammirare. Doyle si unisce alla regia di Ratanaruang ed esprime, ripulendo l’inquadratura, le stesse ossessioni di Kenji. Rende il deserto dell’animo dei protagonisti con un blu gelido che cristallizza i movimenti, le ombre, la natura, l’acqua, rendendoli sospesi.

Affascinante e commovente. Un autore, Pen-ek Ratanaruang, a cui non resta che maturare definitivamente. E promette bene.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico