Le dernier coup de marteau

Regia: Alix Delaporte

Francia 2014

Giovani protagonisti sembrano animare la selezione ufficiale di Venezia 71 con il loro spirito ribelle e sfrontato. Posti di fronte a due realtà geografiche diverse, (assenza di) relazioni dissimili ma accomunati dalla stessa ostinata voglia di sopravvivere, combattere e diventare grandi, il ragazzino del film turco Sivas e l’appena adolescente Victor del film francese Le dernier coup de marteau, hanno dentro di loro la stessa tenacia e irrequieta inclinazione per la vita. 

La regista Alix Delaporte deve al festival veneziano il merito di averne scoperto il talento di autrice dall’equilibrio dolce e delicato: Comment on freine dans une descente? ha vinto il Leone Corto Cortissimo per il migliore cortometraggio alla Mostra del Cinema del 2006, mentre il suo primo lungometraggio del 2010, Angèle e Tony, è stato selezionato per la Settimana della Critica, riscuotendo poi apprezzamento in tutto il mondo e due premi César in patria per le interpretazioni dei due attori protagonisti Clotilde Hesme e Grégory Gadebois. 

A quattro anni di distanza la Delaporte torna dietro la macchina da presa e lo fa mantenendo salda e intatta la propria idea di cinema: minimale, radicalmente ancorata alla realtà, con il minimo dispendio di parole e una forte intensificazione del gesto, del respiro, del movimento di sguardi e delle forti e trattenute tensioni emotive, e avvalendosi dei due medesimi attori del film precedente. Ciò che si aggiunge in Le dernier coup de marteau è la presenza di di un ragazzo, Victor, di lì a poco quattordicenne, il quale non ha mai conosciuto il padre e vive con la madre gravemente malata di cancro in una roulotte vicino al mare, nella Camargue. Quando entra per la prima volta al teatro dell’Opera di Montpellier non sa nulla di musica classica. Né sa nulla riguardo suo padre, Samuel Rovinski, che si trova lì per dirigere la sesta sinfonia di Mahler. Per cambiare il corso del suo futuro, improvvisamente incerto, per sua madre Nadia, per Luna, la ragazza di cui si è innamorato, Victor decide di uscire dall’ombra e di trarre il meglio dalle opportunità che ha trovato sul suo cammino.

Con il cuore rivolto al Doinel truffautiano, la Delaporte si addentra oltre la soglia dell’apparente imperturbabilità adolescenziale, seguendo con delicatezza tattile e aggraziata empatia la brusca richiesta della vita a crescere e soffrire. La regista nasce come reporter e documentarista e l’impronta per una visione naturalistica è evidente nella messa in scena: è forte il debito nei confronti dei fratelli Dardenne, capostipiti di un forma sempre più utilizzata e a volte abusata, ma in questo caso stemperata in favore di un’intimità meno cupa e drammatica e più intimistica e solare.

Il titolo fa riferiremo a quanto fece Mahler, eliminando l’ultimo colpo di martello dalle ultime versioni della sinfonia perché lo considerava un presagio negativo dei futuri drammi. E la centralità della musica è l’elemento davvero connotante del film, soprattutto in relazione al rapporto padre e figlio. La musica non è qui subordinata alle immagini ma, al contrario, utilizzata senza scopo ornamentale e con un preciso e peculiare valore narrativo intradiegetico, Attraverso il linguaggio della musica e il lavor(i)o della sua composizione, viene a formarsi un sentimento nuovo nella costruzione del progredire del ragazzo: egli infatti scopre il valore della figura paterna per mezzo della sapiente manipolazione delle note compiuta dal maestoso, arcigno ed oscuro direttore d’orchestra. La musica prende il posto delle parole non dette tra i due, e il ragazzo intravede un cambiamento possibile.

Il protagonista, interpretato da Romain Paul, alla sua prima esperienza davanti alla macchina da presa, da subito favorito, ha meritatamente ricevuto il premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente per la sua intensissima interpretazione. Alix Delaporte ha dichiarato a proposito: “Con lui volevo sentire l’assenza di un padre e la paura di perdere una madre. Volevo scoprire con lui la musica classica e immergerlo in un’orchestra nel mezzo delle prove. Ma quello che più mi interessava era portare questo ragazzo a provare la sua prima emozione artistica”. Ed è proprio questa emozione che riesce incredibilmente ad emergere oltre lo schermo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico