Torino Film Festival 33

Tracciare un filo conduttore all’interno della selezione e delle sezioni del Torino Film Festival, edizione numero 33, è una sfida temeraria e quasi certamente inconcludente. La caratteristica intrinseca di questo festival, che di anno in anno rappresenta al livello nazionale un appuntamento quasi irrinunciabile, è appunto la ricchezza della scelta, l’eterogeneità delle visioni, l’azzardo di ogni percorso che più o meno casualmente si sceglie di intraprendere.

C’è da perdersi dunque ma ciò non deve spaventare: ritroviamo le consuete suddivisioni a cui la direzione di Emanuela Martini ci ha abituato negli anni: Concorso, Festa Mobile, documentari, cortometraggi, Onde, la più caratterizzante After Hours, la retrospettiva sulla fantascienza, l’utopia e la distopia “Cose che verrano. La terra vista dal cinema”, e una dedicata al Guest Director Julien Temple “Questione di vita e di morte”, che ha consentito di rivedere su grande schermo molti capitoli importanti della storia del cinema, come Scala al paradiso (1946) di Powell e Pressburger, La bella e la bestia (1946) di Cocteau, Il settimo sigillo (1957) di Bergman, Il colore del melograno (1969) di Paradzanov e Stalker (1980) di Tarkovsky, e ha presentato l’ultimo film di Temple, The Ecstasy of Wilko Johnson (2015) dedicato sei anni dopo Oil City Confidential all’incontenibile chitarrista dei Dr. Feelgod alle prese con un cancro la cui guarigione sembra impossibile.

Il tutto sormontato dalla protettiva figura di Orson Welles, a cui questa edizione è stata dedicata - nel centenario della nascita, il 6 maggio 1915, e nel trentennale della sua morte, il 10 ottobre del 1985 - con una immagine simbolo nella locandina e la proiezione di di tre dei suoi capolavori in versione restaurata, Quarto potere (Citizen Kane, 1941), Rapporto Confidenziale (Mr. Arkadin, 1955) e L'infernale Quinlan (Touch of Evil, 1958).

Un festival quello di Torino che sa affrontare con coraggio e indissolubile ostinazione la crisi culturale che sembra affliggere il prodotto cinematografico, inseguendo una ricerca sulle forme e sui generi che in Italia è oramai scomparsa e valorizzando il prezioso contributo del pubblico, sempre numerosissimo, e non solo degli addetti ai lavori, permettendo, di fatto, a tutti di accedere e usufruire di film appartenenti a quel mercato festivaliero il più delle volte inaccessibile e inarrivabile e per distanza e per opportunità.

 

Il concorso, riservato ad opere prime, seconde e terze, ed unica sezione competitiva, hai visto trionfare Keeper, film d’esordio del belga Guillaume Senez, storia di due adolescenti che devono affrontare una gravidanza indesiderata. Premio della Giuria invece per La Patota dell’argentino Santiago Mitre, che racconta di una giovane avvocatessa che sceglie di abbandonare la sua sicurezza borghese per entrare a contatto con una provincia ruvida e remota pagando un prezzo altissimo. Il film, già vincitore della “Semaine de la Critique” di Cannes, si è aggiudicato anche il premio come miglior attrice per l’intensa Dolores Fonzo. Doppio premio (l’attore Karim Leklou e il premio del pubblico) anche per il francese Coup de Chaud di Raphaël Jacoulot. Premio della sceneggiatura ex-aequo per A Simple Goodbye (struggente ma non particolarmente originale opera seconda della cinese Degena Yun) e per il messicano Sopladora de hojas di Alejandro Iglesias.

 

Si è detto della ricerca e della passione per i film di genere e Torino si è dimostrato il portavoce di un rinnovato interesse per questo filone troppo spesso relegato ai margini. Così la sezione After Hours, dedicata all’horror e alle sue derivazioni, è stata la fucina dalla quale sono emersi i titoli più divertenti, i nomi più innovativi e gli autori cult: a partire dal ritorno di Sion Sono, cui il Torino Film Festival nel 2011 ha dedicato in questa sezione la prima retrospettiva italiana, e presente con ben tre film dei cinque girati nel corso del 2015. Sono TAG, dove l’horror incontra il surrealismo, Shinjuku Swan, scatenato noir metropolitano tratto dall’omonimo manga, e Love & Peace, bizzarro, imprevedibile «film di Natale» Sono-style, interpretato da una tartaruga mutante, un impiegato nerd che vorrebbe essere un cantante pop, un misterioso barbone che vive nelle fogne, giocattoli parlanti. “Questo film è la mia vita, la mia anima, il mio tutto” ha dichiarato Sono a riguardo e per chi conosce il mondo di questo regista straordinario non può che percepire il grado di fantasia, ironia, sregolatezza e a tratti follia a cui la visione del film può condurre. 

Un gradito ritorno sugli schermi del TFF è stato quello del canadese Bruce McDonald (Pontypool, This Movie Is Broken, The Husband), con Hellions: è la notte di Halloween, ma l’adolescente Dora ha poca voglia di uscire per i consueti festeggiamenti; improvvisamente, alla porta della casa isolata in cui abita, bussano alcuni ragazzini, sembrerebbe per il classico rito del «dolcetto o scherzetto», ma da quel momento per Dora ha inizio un incubo di sangue. “In Hellions c’è una ragazza intrappolata fra due desideri conflittuali: restare bambina o diventare donna. E il film si muove in quella zona grigia tra l’infanzia e l’età adulta”. Il film ce la mette tutta a creare una certa inquietudine ma si fa ricordare soprattutto per il lavoro di fotografia di Norayr Kasper, operando audacemente sui colori e creando un alone ovattato e claustrofobico. 

Ad onor del vero il genere horror non sembra godere di un rinnovamento particolarmente entusiasmante. La prova ne è stata l’esordio nella regia di Osgood Perkin, l’attore figlio di Anthony Perkins, che con February racconta l’inquietante, demoniaco intreccio della vita di tre ragazze, due rimaste sole nel college svuotatosi per le vacanze invernali, e la terza che ritorna invece alla scuola in una sorta di sanguinoso pellegrinaggio. Il film si attesta su canoni molto convenzionali e più che terrorizzare sembra dimostrare quanto lo sfoggio di schemi formali ormai consueti anche per una pubblicità siano duri a morire.

Resta in ogni caso una genuina volontà di ricercare un proprio stile da parte dell’illustre regista e sceneggiatore. Il quale partecipa anche alla scrittura di The Girl in the Photographs di Nick Simon, un horror che ha la grande fortuna di vedere come produttore esecutivo il nome di Wes Craven, che significa quella concreta garanzia di una certa adesione ad un classicismo di genere condito da un dose di umorismo.

Quell’umorismo che diverrà il vero e unico protagonista invece nella scatenata commedia The Final Girls di Todd Strauss-Schulson, nella quale un gruppo di amici finisce nello slasher che stanno vedendo. E le parole del registra si riflettono esattamente nel suo film: «Amo il cinema e mi piaceva l’idea di fare un film in cui qualcuno rimane intrappolato in un film e in cui gli stereotipi del cinema non ti mollano... Mi ricordo quando da ragazzino andavo al videostore tutti i giorni e cercavo di noleggiare ogni titolo della sezione horror. The Final Girls è un rimando comico a quei titoli, con la recitazione pessima, i costumi improbabili e tutto il resto. Ma è anche un film sul cinema e sui cinefili. Volevo che trasparisse la gioia assoluta della regia cinematografica: gran parte dell’essenza del film risiede nel tono e nel modo in cui è stato diretto». 

La passione per il cinema è anche alla base dell’intenso e assiduo lavoro di ricerca e sperimentazione che contraddistingue da sempre un autore molto amato, a suo modo geniale e inclassificabile come Guy Maddin, presente con il suo caleidoscopico e anarchico The Forbidden Room (realizzato assieme a Evan Johnson), un tuffo nelle rimembranze di un immagini, racconti del passato che mescolano e rimescolano in un susseguirsi di trovate, illuminazioni, deliri estremi, avventure, citazioni, melodrammi con lo scopo primario di solleticare fantasie inconsce, deviate e surreali.

Tutto ha inizio con l’equipaggio di un sottomarino che sembra destinato a morire sul fondo dell’oceano. L’improvvisa comparsa di un boscaiolo, in fuga da un gruppo di banditi delle foreste, cambia tutto. E poi ancora un battaglione di bambini soldato, un famoso chirurgo, una ragazza in viaggio sul treno che va da Bogotà a Berlino, una donna bellissima da salvare... «Abbiamo troppa narrativa nelle nostre teste, talmente tanta che ci sembra che il cervello possa esplodere. Con questo film abbiamo creato un ambiente controllato, una rete di racconti fatta di serrature sotterranee, paratoie, scomparti, sifoni, canali di scolo e grotte in cui tutti i film del presente, del passato e del futuro che abbiamo nelle nostre grosse teste possano esplodere in tutta sicurezza! Un luogo dove nessuno rimarrà ferito dalla spettacolare catastrofe in Two-Strip Technicolor che infliggeremo allo schermo, sapendo che il tutto verrà sciacquato via dai titoli di coda. Rimanete al sicuro e godetevela!».

C’è di che godere, e da divertirsi, ma a lungo andare, a tratti, anche di che annoiarsi. Lo stupore però rimane impresso a lungo: questo cinema lima a fondo ogni dislivello con la videoarte, e diviene un’esperienza manipolatoria di quella realtà creata dal nostro immaginario. Un cinema fuori dagli schemi che proprio per questo è necessario preservare come stimolo e incentivo di un’evoluzione. 

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 © 2019 by Alessandro Tognolo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico