The Ditch

Regia: Wang Bing 

Francia/Belgio 2010

Nella naturale evoluzione dei generi e progressiva ridefinizione delle varianti formali che li definiscono, di sicuro il documentario - nella sua ovvia e doverosa ragione d’esistere, strettamente legata ai fatti, a ciò che accade, o è accaduto - si configura come convenzione facilmente sottoponibile al rischio dell’ibridazione e del fraintendimento. Ancora una volta però, è nel significante che si determinano le varianti di quella struttura specifica attraverso la quale è possibile documentare, e dunque credere a ciò che viene mostrato, senza dover pensare, come spesso accade genericamente, alla ricreazione finzionale della scena. Ecco dunque che il cinema ripropone intensamente la propria forza esperienziale e simbolica, e si configura come un processo cognitivo in grado di irrompere significativamente nel placido universo delle sensazioni artefatte e anodine, alle quali l’occhio è miseramente abituato e imbrigliato, in uno stato di catatonia della rappresentazione.

Con The Ditch, il giovane regista cinese Wang Bing porta a compimento un intenso e radicale lavoro di ricerca di contenuti, calibrazione della forma, scuotimento della visione e innesto di indignazione: nel 1957, il governo cinese condanna ai campi di lavoro forzato migliaia di cittadini considerati “dissidenti di destra” a causa delle loro attività passate, di critiche contro il Partito Comunista o semplicemente a causa della loro provenienza sociale e familiare. Deportati per essere rieducati nel campo di Jiabiangou nella Cina Occidentale, nel cuore del Deserto del Gobi, lontani migliaia di chilometri dalle loro famiglie e dai propri cari, circa tremila intellettuali di estrazione basso o medio borghese dalla provincia di Gansu furono costretti a sopportare condizioni di assoluta povertà. A causa delle fatiche disumane a cui venivano sottoposti, delle condizioni climatiche estreme e incessanti e dalle terribili penurie di cibo, molti morirono ogni notte nei fossi dove dormivano. 

The Ditch (Il fossato) ricrea e rivela audacemente, attraverso l’esercizio di una rappresentazione immune da compromessi, fedelmente e minuziosamente fissata a un modello realistico netto ma mai compiaciuto, il terribile deserto della morte in cui vennero sprofondati i corpi senza giustizia  di cittadini inconsapevoli delle proprie colpe, vittime della psicotica rieducazione maoista. A partire dalle testimonianze dei sopravvissuti del campo di Jiabiangou, intervistati dallo stesso regista tra il 2005 e il 2007, e dal romanzo di Yang Xianhui Arrivederci Jiabiangou, Wang Bing rivive per mezzo della sua messa in scena volontariamente e - a conti fatti - necessariamente impudica, limpida, ostinata e, a tratti, quasi insostenibile, quella realtà tragica trasmessa dai reduci di quel campo di lavoro situato in alta quota, anticamera della disperazione prima dell’annientamento definitivo, in cui i prigionieri erano costretti a scavare fossi nel nulla di sabbia e polvere di un deserto impraticabile, per contenere montagne di cadaveri, e il più delle volte il proprio stesso corpo esangue. “La prima metà del film mostra i personaggi mentre aspettano rassegnati di morire nell’arido e desolato deserto del Gobi. Nella seconda metà, l’arrivo di una donna disturba la loro silenziosa attesa della morte. La sua presenza introduce un nuovo elemento nel film: l’impatto storico di un’intensa pressione psicologica sullo spirito della gente in Cina. Alcuni rifiutano di rassegnarsi e tentano la fuga, ma questo li porta più vicini alla morte. Ciò che la storia della Cina dimostra, a dire il vero, è che la sottomissione e la sopportazione sono le uniche monete di scambio che i cinesi hanno avuto per poter vivere la propria vita in pace”.

La specificità inamovibile di The Ditch è la sintesi della straordinaria forza espressiva dello sguardo del suo autore: “In questo film ho esplorato la possibilità dell’uso di uno stile documentaristico per sviluppare un linguaggio improntato al realismo, aggiungendo da un lato la tensione drammatica di un lungometraggio narrativo, e dell’altro attingendo al teatro cinese classico per le espressioni tradizionali di tragedia e sofferenza dei personaggi”. Questa scelta produce un effetto destabilizzante per la visione poiché, senza che vi sia un’esaltazione di alcun tipo di ricerca estetica, svanisce la possibilità di un rapido rifugio nella coscienza del reale ma allo stesso tempo permette l’irruzione del dramma del vissuto come se ci respirasse accanto. L’organo di ripresa osserva impassibile la sofferenza, i lamenti, i tormenti, la perdita di senso e dignità dei corpi, senza per questo cedere mai alla morbosità, nonostante la potenza distruttiva del disfacimento, oltreché fisico, psicologico e morale, a cui essi sono lentamente sottoposti (i morsi della fame costringono un prigioniero a mangiare un topo, e un altro i resti di un rigurgito), e il nulla che delimita e avvolge  l’orizzonte di quel deserto gelido e incessantemente battuto dal vento. E in questa dimensione del vuoto che ricopre le fosse scompare del tutto il tempo, la consistenza sconosciuta del divenire, e l’esistenza dei condannati si trasforma in un loop ossessivo ipertrofico, irrazionale, senza soluzione di continuità. 

Il grido politico racchiuso in The Ditch si palesa in una narrazione che è storia, quella storia che -così come è successo per Jia Zhang-ke e Koji Wakamatsu - Wang Bing ha deciso di ripercorrere e rivelare (il suo documentario precedente He Fengming, 2007, è il ritratto di un’anziana donna cinese che racconta trent’anni della sua vita intrecciandola con la storia della Cina comunista), senza punti di vista cristallizzati, svincolato dalla pastoia del compromesso distributivo, attraverso l’inveterato stupore della sua macchina da presa. 

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 © 2019 by Alessandro Tognolo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico