The Wrestler

Regia: Darren Aronofsky

USA 2008

Ci sono (ancora) film capaci di tradire le più o meno inesorabili aspettative, o solo previsioni, o disegni anticipativi che, attraverso una soggettiva mutevolezza, si è portati a creare in una sorta di via di fuga dalla visione che ci (dis)attende. In questo senso lo schermo diviene il terreno di scontro, nonché supporto immaginifico, tra la rassicurante verifica delle previsioni desiderabili, e l’impulso di una fantasia più recondita che conduce verso lo sconosciuto spazio dell’imprevedibilità della scoperta.  

The Wrestler di Darren Aronofsky è, appunto, e ancora di più se visto all’interno del concorso di Venezia 65, l’emblema della sorpresa, dell’inatteso, dello spiazzamento. Perché, se nella limitante lettura e associazione dei nomi (Wrestler/Rourke/Aronofsky) è sottesa l’idea di un inquietante esperimento pseudoautobiografico, è vero che non c’è limite all’imprevedibilità dell’infinità delle possibili varianti della formazione della materia. E’ così dunque che viene a delinearsi il quadro contenutistico di quest’opera, che, nel contempo, possiede sì tutti i tratti propri dei componenti che la creano, ma li sussume in un amalgama di estrema potenza emozionale, assieme vitale, carnale, esiziale. 

Mickey Rourke è - e in questo caso il confine connotativo di questo verbo è davvero ambiguo nelle varianti eventuali che presenta - Randy Robinson, anche detto l’Ariete, un professionista della lotta libera, intesa prima di tutto come spettacolo, cioè del wrestling appunto, tanto famoso negli Stati Uniti. Divenuto un mito negli anni Ottanta grazie a incontri memorabili, ora Randy “The Ram” si trascina bolso e ammaccato per le palestre della provincia, esibendosi per pochi irriducibili fan in combattimenti ben lontani dalla gloria a cui un campione come lui è abituato. Chiuso in un contesto spersonalizzante e ingabbiato nella costante possibilità di un ultimo rilancio di carriera, Randy vaga nervosamente alla ricerca di lavoro e soldi per sopravvivere, incontri e farmaci per il fisico decadente ma ancora speranzosamente prestante. 

E’ evidente così, da subito, l’elemento cardine e propulsore del desiderio, inteso come  vero e proprio impulso vitale per la sopravvivenza dell’individuo, che innesca il meccanismo necessario al compiersi del dramma. The Ram vede il contesto in cui si trova a vivere, la pervasione grigia che lo circonda e il gelo che lo immobilizza, e agisce secondo il suo istinto di lottatore, ribellandosi al degradante fallimento del suo presente. Inanemente. Anche l’ultima sua certezza identificativa l’abbandona: il fisico non regge più e il mito deve assumere il proprio destino. Ogni respiro a questo punto è greve. Ogni tentativo di ricostruzione e ricomposizione della vita ha la pesantezza dell’insuccesso. E’ la spirale del ricordo, della memoria di quel che è stato e si è perso: Randy è continuamente accompagnato da un fantasma, visivamente rappresentato dallo sguardo della macchina da presa che si impone alle spalle, p(r)e(s)sante, costante, sgranante. E’ proprio questo sguardo che ridefinisce e modella la realtà, riempie il suo vuoto esistenziale, la solitudine sterminata, il desiderio oramai incolmabile di affetto, di vita, di amore per l’oggetto cercato e perduto, che di volta in volta sarà la figlia, la spogliarellista che comincia ad amare, la lotta, la popolarità, la forza.

Ma l’ordine della memoria avviene solo attraverso frammenti di ricordo, ripetuti flashback, tutti vòlti a delineare il costante bisogno dello scontro, della ferita, della folla urlante. Perché questa è l’unica dimensione concepibile per un lottatore, non può esistere null’altro al di fuori di essa, ed è lì, nel ring, che si esprime e compie tutta la sua esistenza. Il percorso di cambiamento portato dalla cedimento del cuore è netto: non resta che accettare il fallimento della propria vita, l’impossibilità di essere semplice o normale come gli individui che lo circondano, l’incapacità di inserirsi nella staticità di un contesto sociale suburbano qualsiasi. Del resto il corpo e il vólto di Ram non hanno nulla di comune nelle loro evidenti forme alterate. Una sorta di moderno freak, che vive dello e nello spettacolo e ha perduto la capacità di porre confini tra finzione e realtà, vita e illusione.

In questo modo spetta allo spettatore farsi carico delle dovute distinzioni, perché se per un verso Aronofsky procede impietoso a rappresentare un’estetica del fallimento e di decadenza esistenziale - perfettamente delineata dalla sintonia tra attore e personaggio e da un’interpretazione  che si potrebbe provocatoriamente definire documentaristica - da un altro vuole smascherare il meccanismo perverso della finzione insita nello sguardo oramai alienato del personaggio. Attraverso i dettagli del ferimento e della devastazione del corpo e e le mutilazioni dell’animo che porteranno la presa di coscienza finale, si profila la consapevolezza che non c’è più dunque scelta tra vita e morte. Non c’è liberazione, non c’è rimedio che non passi per la pena e la lotta e tutti i rischi a essa associati. 

The Wrestler racchiude quindi un percorso viscerale compiuto su tre fronti: personaggio, attore, autore. Perché Aronofsky da sempre abile e propenso a proporre un cinema non convenzionale, ai limiti dello sperimentale, giunge impensabilmente a una narrazione e messa in scena (quasi) classica. Come se fosse necessario ribadire quella potenza del cinema sopita negli anfratti delle tentazioni innovatrici. 

Quella potenza che lega appunto il cinema alle nostre più radicate e primordiali emozioni. 

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 © 2019 by Alessandro Tognolo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico