61. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

C’è un nuovo direttore alla guida della Mostra del Cinema di Venezia. Poco importa se Moritz de Hadeln è stato cacciato per motivazioni confuse, per l’esito disastroso del festival dell’anno scorso (disastroso per chi? in base a quali criteri?) o per le direttive dall’alto (vedi politiche governative). Ora c’è Marco Müller, una garanzia, uno di cui ci si può fidare. In pochi  mesi ha messo in piedi la 61a edizione della baracca festivaliera, appesantita sempre più dalle polemiche e dallo sconforto. Ha preso subito delle posizioni precise, ha fatto delle scelte, molte delle quali discutibili, ma le ha fatte. È per questo che Marco Müller dà fiducia e rimarrà minimo (speriamo) altri tre anni alla direzione.

Una mostra, quella del 2004, diversa nell’aspetto, con prospettive più ampie, più strutturata e organica nelle sezioni, capace di accontentare (quasi) tutti. Tralasciando la rinnovata (fascinosa? inutile?) scenografia a illuminare la facciata del Palazzo – sessanta leoni giganti posti su altrettante colonne, costati una cifra sbalorditiva – il programma dei film è stato diviso in sei sezioni: Concorso, Fuori concorso, Corto cortissimo (uno spazio arricchito, rispetto agli anni scorsi, con ben ventisei titoli), la parallela e competitiva Orizzonti, Mezzanotte con i film a grande richiamo di pubblico, la neonata Cinema digitale. In più, come sempre, la Settimana della critica e la rassegna dedicata agli Autori italiani di serie B anni ’60 e ’70, forte della affettuosa presenza di Tarantino e Joe Dante. Novità assoluta per la mostra le Giornate degli Autori, nate sulla scia della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes: uno spazio autonomamente gestito dall’ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) e dall’API (Autori Produttori Indipendenti) per presentare opere di autori non finanziati da grosse case di produzione. 

In tanta abbondanza di proposte non si può certo dire poi che l’Italia non abbia trovato adeguata presenza al Lido, con autori promettenti e/o affermati. Peccato però per l’esito: dall’incerto (negli intenti) e vergognoso (nei risultati) Ovunque sei di Michele Placido (addirittura in concorso), accolto con una sfrenata e (non immeritata) dose di fischi e risate, a L'amore ritrovato di Carlo Mazzacurati, senza arte né parte; all’imbarazzante Il filo pericoloso delle cose, episodio del trittico Eros girato da Antonioni - non si sa bene in che modo, visto le condizioni in cui si trova,  sarebbe bene interrogare in proposito la moglie coercitiva - che si riduce per lo più a mostrare i bellissimi corpi nudi delle due attrici (Luisa Ranieri, Regina Nemni), a Vento di terra e Nemmeno il destino che deludono viste le buone prospettive con cui Marra e Gaglianone avevano esordito (Tornando a casa e I nostri anni), proponendo per l’ennesima volta storie di vita ai margini di standardizzata rappresentazione.

Discorso completamente diverso per Le chiavi di casa di Gianno Amelio, maturo e toccante, e per L’ora della lucertola e Una bellissima bambina di Mimmo Calopresti, girati in digitale, uno un documentario sull’artista ottantaseienne Mimmo Rotella, l’altro un corto, lieve percorso sull’illusione e l’impossibilità di un desiderio (ricreare Marylin Monroe). Una piacevole sorpresa sono state le opere prime: Il giorno del falco di Rodolfo Bisatti(padovano) e, soprattutto, Saimir di Francesco Munzi. Il regista romano, classe ’69, segue la tendenza oramai predominante nel cinema italiano di rappresentare i sobborghi della provincia degradata (in questo caso della costa laziale), e mette in scena con rara semplicità il percorso di integrazione di un giovane ragazzo albanese - Saimir appunto - e la sua famiglia, distaccandosi dall’esasperazione a cui tendono gli eventi narrati (il più delle volte tragici) e mostrando gli effetti interiori, inquietanti, che si producono nei protagonisti (interpretati da attori albanesi, professionisti e non).

Per il resto non si è badato molto alla ricerca di cinematografie meno conosciute (per questo bisogna affidarsi ormai a festival minori e di genere) e ha prevalso l’autorialità di consumata esperienza: Claude Chabrol, come sempre impeccabile, con La demoiselle d'honneur, storia sulla follia dell’amore tra due giovani (la bellissima Laura Smet e Benoit Magimel); il ritrovato Wim Wenders con Land of Plenty, sguardo sull’America post 11 settembre; Mira Nair, ammaliata da Hollywood, con la trasposizione, "meticcia" di Vanity Fair; l’immancabile Amos Gitai con l’agghiacciante Promised Land, percorso verso la prostituzione di un gruppo di donne dell’est; Jonathan Demme con il fantapolitico The Manchurian Candidate, remake dell’omonimo film di John Frankenheimer (Denzel Washington nel ruolo che fu di Frank Sinatra); il bellissimo Collateral di Micheal Mann e lo spiazzante Palindromes di Todd Solondoz; O quinto imperio di Manoel de Oliveira, meritato Leone alla carriera e il terzo capitolo dell’epocale Heimat di Edgar Reitz.

 

Come sempre i premi si sono rivelati quanto di più aspettato si potesse prevedere e tanto sono piaciuti alla giuria Vera Drake di Mike Leigh e Mar adentro di Alejandro Amenabar da meritarsene ben due ciascuno (Leone d’oro, Leone d’argento e Coppa Volpi per le interpretazioni di Imelda Staunton e Javier Bardem). 

 

Tra la confusione organizzativa nel Lido assediato da divi e meno divi, sono passati comunque una serie di film davvero notevoli, certamente meno acclamati, e, in modo diverso l’uno dall’altro, con quel qualcosa in più che li rende in fondo un lustro per gli occhi (e la mente). Quel che forse più sorprende (o preoccupa, a seconda dei casi) è la comune provenienza di queste pellicole.

Cresce sempre più, infatti, la qualità delle opere provenienti dall’Oriente – in particolare Giappone, ma anche Cina e Corea - a conferma di una vitalità che è ormai risaputa e che, finalmente, sta chiaramente affermandosi anche in occidente.  La mostra di quest’anno è la conferma di questa tendenza:  Kim Ki-duk (Ferro 3), Shinya Tsukamoto (Vital), Hayao Miyazaki (Il castello errante di Howl), Hou Hsiao-Hsien (Café Lumière), Takashi Miike (Izo), Jia Zhangke (The World), Matsuo Suzuki (esordiente, con Otakus in amore).

Una menzione a parte merita La mano di Wong Kar-wai, primo seducente episodio del già citato Eros. Notevole, affascinante, un assaggio dell’incanto del suo 2046, quasi un capitolo in più. Il tema è l’amore, ovviamente, come solo Kar-wai è in grado di affrontare. Il luogo, Shangai, l’anno, 1963. Anche gli stessi interpreti, Tony Leung, un sarto ingabbiato nella bellezza della prostituta Gong Li. L’atmosfera è rarefatta e satura, così come l’erotismo. Del resto basta il solo sguardo dei protagonisti per capire cosa provano, per vivere quel che vivono. 

L’Europa sembra impantanata invece in una profonda staticità. Poche le eccezioni (Strings) e molte più le delusioni, anche a livello di "consenso". Un caso, emblematico, su tutti: ci si chiede come sia possibile che un autore come Arnaud Desplechin, conosciuto e apprezzato in Francia (presente al Lido con Rois et Reine), venga snobbato dal pubblico e da certa parte di critica e non riesca a trovare, con una distribuzione adeguata, il riscontro che meriterebbe! 

 Nel bene e nel male Venezia resta la vetrina perfetta del cinema del nostro tempo.

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Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico