Far East Film Festival di Udine 19

Mai come quest’anno, il Far East Film Festival, giunto al diciannovesimo anno di vita, ha sperimentato l’implacabile peso del tempo. Ogni relazione è soggetta a una trasformazione che trascorre di pari passo con lo svolgersi della ciclicità delle stagioni, nondimeno il rapporto imprescindibile della direttrice che conduce verso est il nutrimento visivo di appassionati, curiosi e addetti ai lavori, ha subìto modificazioni (a/e)ffettive, traguardi inattesi, intermittenze di gusto e passioni insaziabili. Se da una parte lo spirito fondativo del festival rimane puro e incorruttibile verso un’idea di cinema - per forza di cose - culturalmente estraneo, il pubblico si dimostra sempre di più scisso in due: chi fedelmente riconoscere il valore autentico e unico nel panorama nostrano di una selezione altrimenti invisibile, e chi ottusamente relega un’intera area geografica in una manciata di generi oramai riconoscibili oltre che ammuffiti e dunque preferisce limitarsi al ben più decifrabili e rassicuranti credenziali che più o meno diffusamente invadono i nostri schermi. 

Il cinema ha il pregio di poter interrogare il tempo e di poter decostruirlo nelle innumerevoli varianti di senso che lo contraddistinguono e allo stesso modo il festival del cinema - soprattutto del cinema più strettamente connesso al favore del pubblico e del ritorno economico di cui ha bisogno un interno, mastodontico, settore produttivo per alimentarsi - è il segno di un processo che dimostra l’andamento del gusto e l’interesse che conducono le masse a investire il loro tempo al cinema. Per questa ragione il festival di Udine rappresenta un momento essenziale per la cultura cinematografica - e di rimando anche verso un’esperienza culturale più generalmente estesa verso tutti i diversi ambiti della rappresentazione artistica, sociale e umanistica - tanto da divenire di anno in anno l’unico luogo realmente tangibile in cui studiare, godere e aggiornarsi sul mondo verso cui si addentra in maniera ragionata, diversificata e spettacolare. 

Il progressivo riconoscimento delle peculiarità del FEFF da parte di coloro che tenacemente lo popolano da quasi due decenni, va di pari passi con un percettibile abbandono da parte di molti esponenti dei media tradizionali, in special modo quelli di più ampia diffusione. Le ragioni coinvolgono certamente molteplici argomentazioni che richiederebbero un confronto più approfondito, di sicuro però la stampa ha bisogno di sopravvivere e di vendere (nell’accezione più ampia che va dall’acquisto diretto, agli ascolti, fino ai click) ed è possibile che appunto le spettatore non invochi a gran voce un interesse quantomeno sufficiente. Di dubbia moralità è stata poi la mossa inattesa di spostare il Bif&st di Bari nelle stesse identiche date dell’evento friulano: il film festival di Bari, diretto da felice Laudadio, dal 2009 un avamposto del cinema italiano capitolino e di tutto il giornalismo di settore., aveva annunciato un ricollocamento delle sue date da inizio aprile a fine maggio, per poi decidere senza alcuna solidarietà, e con evidente noncuranza, di tenersi proprio in concomitanza del Far East. 

La chiusura che il nostro paese riserva ad un festival che non promuove il cinema italiano va di pari passo con la cronaca e il pensiero diffuso riguardo agli stranieri che affollano i nostri porti. Per fortuna la tenacia degli organizzatori permette di mostrare all’estero - là dove questo evento è (ri)conosciuto per il valore che gli è proprio - solo l’evidenza qualitativa delle voci fuori dal coro, visionarie forse, ma per questo degne della stima più profonda. 

 

Il tempo dunque ha intessuto un tramaglio imprevisto a Udine: il fotogramma scelto come immagine di copertina per il catalogo di questa edizione era lì proprio a suggerire questo, oltre che ricordare di non perdere il toccante film da cui è tratto, il taiwanese At Café 6, cristallizza due adolescenti seduti sule poltroncine di una sala cinematografica, di fronte ad uno schermo illuminato da immagini di cui non sappiamo la natura ma delle quali ne vediamo l’effetto attraverso l’espressione sorridente di lui e quella spaventata, con le mani davanti alla bocca, di lei. Un’immagine che si prolunga e diviene l’istante della durata della sequenza che proprio noi, che stiamo osservando loro, determiniamo con la nostra immaginazione. At Café 6 del romanziere e regista Neal Wu rappresenta infatti un’amarissima e disillusa constatazione sull’effetto del tempo.

E - in continuo dialogo tra dentro e fuori dallo schermo - le conseguenze del tempo rischiavano di far perdere traccia per sempre dell’indimenticabile Made in Hong Kong, film indipendente e autenticamente hongkonghese girato giusto vent’anni fa da Fruit Chan con dei resti di pellicola, tornato ad un nuovo splendore grazie al restauro in 4K commissionato dal FEFF e realizzato dal laboratorio bolognese L’Immagine Ritrovata. 

 

Il 1997 fu un anno cruciale per Hong Kong: il 1 luglio la città passava sotto la sovranità cinese e negli ultimi vent’anni anche il cinema ha dovuto adeguarsi agli inevitabili cambiamenti di questo passaggio. La sezione “Creative Visions: Hong Kong Cinema 1997-2017” riflette la creatività ininterrotta dei cineasti di Hong Kong e l’evoluzione delle tendenze affermatesi con l’inebriante mix tra le ambizioni artistiche della New Wave e i film d’azione di genere degli anni Ottanta. Si è così potuti passare da A Simple Life di Ann Hui – un film radicato nel cinema cantonese di conflitto e compassione domestica, che cattura al suo centro l’umanità essenziale di una società spesso caratterizzata come materialistica - a After This Our Exile di Patrick Tam, un film in cui è possibile cogliere un’espressione di fede e di spiritualità che i capricci del mondo esterno non riescono a offuscare. Dal sublime tocco del maestro Wong Kar-Wai con l’ultimo The Grandmaster, in cui stili diversi di arti marziali si sovrappongono, come in una babele linguistica – le parole diventano pugni, le frasi diventano schemi -, le diverse strutture sintattiche delle arti marziali sono prese a calci, lanciate in aria, comprese e incomprese e il desiderio è una conseguenza di ciò che è “perduto nella traduzione”, ad un altro maestro di genere qual è Johnnie To e l’inconfondibile atmosfera noir del suo The Mission.

 

Una carriera consolidata nel tempo è quella di Feng Xiaogang, etichettato da molti come lo “Spielberg cinese”, premiato quest’anno dal Festival con il Gelso d’Oro alla carriera in occasione della presentazione del bellissimo I Am Not Madame Bovary, splendido ritratto di un personaggio femminile non riconciliato (la splendida Fan BingBing) che lotta per la sua dignità fino alla fine. Il percorso di Xiaogang, molto amato in patria e affezionato al pubblico del FEFF - basti pensare a Be There Or Be Square (1999), A World Without Thieves (2004), The Banquet (2006), Assembly (2007), If You Are the One (2008), Aftershock  (2010), Personal Tailor (2013), tutti presentati a Udine - “è stato, fino a questo momento, soprattutto quello di un artista del cinema commerciale che ha voluto e saputo fare un cinema fuori dagli schemi pur nel rispetto di generi e filoni, mantenendosi fuori dal gregge anche quando (dopo un breve inizio come “indipendente”) ha scelto di aderire ai modi di produzione del cinema dominante. Nessun altro regista cinese contemporaneo ha saputo realizzare film tanto autenticamente popolari che, al tempo stesso, rivelano in maniera sorprendente un’impronta decisamente singolare. La sua influenza sul cinema cinese è importante – e non solo sulle nuove forme della commedia in tutte le sue declinazioni, sul film d’azione e sul film spettacolare. L’opera di Feng Xiaogang risulta di difficile categorizzazione, talmente può oscillare dall’una all’altra delle contrapposte classificazioni convenzionali: film popolare/film d’autore; commedia/ melodramma; mitologia del cinema hollywoodiano/storie cinesi”.

 

Infine, il podio di quest’anno segna un importante cambiamento di rotta: il pubblico del Festival (a Udine non c’è giuria ma solo il verdetto popolare) dopo tanti anni di dominio incontrastato della Korea, vede incontrastato il Giappone sul gradino più alto. Come raramente accade, sia l’Audience Award che il Black Dragon Audience Award, hanno decretato l’intrinseco valore della dolce e surreale dramedy di Ogigami Naoko, Close-Knit, capace di riunire i gusti e condividere le emozioni a colpi di deliziosissimi bento.

 

In contrasto con ogni furore conservativo, il Far East Festival rimane ancora uno dei luoghi migliori in cui perdersi.

Commenti

Invia recensionePessimoNon granchéBuonoMolto buonoFantasticoInvia recensione

 © 2019 by Alessandro Tognolo.

  • Grey Facebook Icon
  • Grey Instagram Icon
  • Grey Twitter Icon
Alessandro
Tognolo

Critico Cinematografico